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La Beneficenza
 
               
  Demetrio Canevari >>    La Beneficenza   
   
 
 
   
 

a tradizione genovese, da Bartolomeo Bosco a Caterina Fieschi Adorno, da Ettore Vernazza a Virginia Bracelli Centurione, da Emanuele Brignole col cugino gesuita Anton Giulio a Padre Luigi delle Scuole Pie, dai Durazzo a Violante Lomellini Doria e Gio Francesco Granello, è un crescendo di iniziative dirette a sanare o lenire la sofferenza dei diseredati e dei malati. Si tratta di un impegno immenso affrontato per mezzo di iniziative di volontari che si recano a domicilio a sostenere le persone che non sono in grado di provvedere a se stesse, oppure attraverso la creazione di strutture collettive che richiedono spese ingenti.
A Genova, nel XVII secolo, la rete assistenziale è nel complesso buona, ma l'intervento dei privati non è sufficiente e talvolta intervengono provvidenze come l'indulgenza perpetua che Sisto IV indìce a beneficio dell'Ospedale di Pammatone, tradizione che, confermata da Paolo V, dura fino al XIX secolo. Erano tempi difficili che "volgevano turbolenti e nefasti alle pubbliche e private fortune"'. La situazione non migliorò nel primo quarto del XVII secolo durante le guerre, che, sommandosi agli effetti delle pestilenze, riempirono Genova di profughi incalzati dalle devastazioni, anche se, per le classi dirigenti dell'Antico Regime e per la stabilità sociale "era più da temersi la pace che la guerra" (C. Bitossi).
Con la creazione dell'Ufficio dei Poveri nel 1539 la Repubblica affermava il suo ruolo, ma era lontana dal trovare soluzione ai problemi. Anche perché non mancavano “infinite tristicie et rubarie fatte a infiniti poveri homini” da cui le frequenti accuse ad amministratori e politici di negligenze, malversazioni e speculazioni (C.Costantini).
Associazioni libere e segrete come il Divino Amore, con ramificazioni che vanno da Roma e Napoli fino alle città lombarde e venete, costituirono per molti anni un filo rosso teso a stimolare e a sorvegliare la gestione corretta degli interventi caritativi. Il Divino Amore, sulla scia della confraternita del Mandiletto, costituita nel 1497 e operante in S. Maria di Castello, si propone, almeno fino al 1753, "come centro unitario e regia del sistema assistenziale genovese che realizza una saldatura di fervore religioso più solidarietà fra uguali in nome di principi etici” ( Zardin – Puncuh).
Al Divino Amore furono affiliati diversi membri della famiglia Canevari.
Un osservatore come Andrea Spinola, parlando delle strutture ospedaliere cittadine scrive: "Felici noi, se nel governare la Repubblica facessimo quella riuscita che facciamo nel governo degli Hospitali... ". Poi aggiunge: "Iddio si degni di mantenere del continuo la nostra libertà pubblica, ma s'altro fosse di lei, i nostri Hospitali in poche settimane andrebbero a spasso."
Gli ospedali genovesi facevano intimamente parte del sistema di potere del Patriziato e della Repubblica . “Se la pietà, lo spirito religioso e caritativo dei privati sono il vero fondamento delle principali strutture assistenziali genovesi, queste sono seguite con occhio attento alle condizioni economiche e giudiziarie del Dominio. L'ordine cittadino era garantito con ospedali, pane, vino, olio, un po' di lavoro e qualche tratto di corda" ( R. Savelli).
La volontà di destinare libri e denari alle opere pie per farle crescere con incentivi scientifici e culturali è la cifra dell’impegno di Demetrio Canevari: nel testamento del 1623, cui si aggiungono alcuni codicilli rogati nel 1625, anno della sua morte a Roma, egli stabilisce in modo circostanziato le sue intenzioni, affinché gli eredi della famiglia assumano l'onere e l'onore di gestire la sua librarìa, la sua biblioteca scientifica, lo strumento di lavoro di un medico filosofo che per trent'anni ha operato a Roma nel gruppo degli archiatri pontifici a contatto con le sofferenze del mondo.
Demetrio si preoccupa di alimentare col proprio denaro, in caso di estinzione della famiglia, un flusso di studiosi, che, scelti dai Magistrati genovesi, garantiscano medici agli ospedali e maestri agli orfani, sotto il controllo del Magistrato di Misericordia.
Un viaggiatore lombardo nella Genova del Settecento ebbe a rimarcare la qualità notevole delle opere di carità ugualmente distribuite in modo efficace ed umano fra genovesi e stranieri senza discriminazioni e osservò che la città, pur essendo poco tenera nei confronti della cultura, aveva assegnato alle opere pie un ruolo rilevante.
La storia dell'Opera Pia Demetrio Canevari potrà chiarire l'intreccio fra tendenze e tensioni diverse presenti nel corso degli anni: gli eredi dovettero trovare punti di mediazione fra esigenze di bilancio, magnanimità e lungimiranza culturale. Una miglior comprensione di queste scelte potrà scaturire dallo studio dell’archivio che Il Magistrato di Misericordia custodisce dal 1419.
Una linea ininterrotta lega Demetrio Canevari ai suoi discendenti attraverso il Sussidio - Opera Pia ora Fondazione. Le vicende del tempo hanno imposto molteplici interpretazioni del testamento e non è sicuro che gli eredi siano stati sempre fedeli allo spirito del fondatore, date le vistose fratture socio culturali nel corso di quasi quattro secoli. Basti pensare al quadro istituzionale e giuridico della Repubblica inghiottita dal Regno Sardo, poi dal Regno d'Italia e infine dall'erompere delle norme sancite dalla Costituzione della Repubblica Italiana.

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